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Chiesa di San Vittore, unica parte dell’antico
cenobio giuntaci intatta e indenne dalle trasformazioni
dell’architetto Leopoldo Pollack realizzate
all’inizio del diciannovesimo secolo, fu
fatta costruire a partire dal 1520 dalle monache
del monastero di Meda per sostituire l’antica
e assai più piccola chiesa medievale posta
all’interno del cenobio. L’edificio
fu progettato agli inizi del secolo sedicesimo
secondo lo schema monastico della doppia chiesa,
schema detto di Santa Giustina o Cassinense, che
prevedeva la divisione in due
dell’aula: la parte interna era riservata
alle monache, mentre la esterna veniva aperta
al pubblico.
La parte interna, com’è noto, ha
subito radicali modifiche ad opera dell’architetto
Pollack ed ora è divisa in due nel senso
dell’altezza nelle due sale denominate Sala
del Coro e Limonera. L’esterna invece ci
è giunta pressochè intatta come
la lasciarono le monache al momento della soppressione
del cenobio, il 31 maggio 1798. Il nome dei progettisti
ci è ignoto, ma i nomi più accreditati
della tipologia architettonica restano Cesariano
e il Dolcebuono. Ben chiara invece è la
matrice della preziosa decorazione pittorica:
un ciclo completo che copre ogni angolo della
chiesa, opera di Bernardino Luini e della sua
scuola. Ricercare sugli affreschi la mano del
maestro Bernardino, quella dei suoi figli Aurelio
ed Evangelista o quella degli altri mestieranti
della bottega è esercizio stimolante per
appassionati e studiosi, qui ci basti citare la
scritta 1520 riportata su due lesene e la memoria
della dedicazione della Chiesa nel 1536.
Nella prima cappella
di sinistra è pittoricamente narrata la
vicenda della fondazione del monastero, con Aimo
e Vermondo assaliti dai cinghiali. La
seconda cappella, dedicata alla Vergine del Rosario, è arricchita da una statua in legno dorato
del secolo sedicesimo. Inginocchiata in fianco
alla Vergine, in atto di preghiera, vediamo ritratta
Maria Cleofe Carcano, la badessa dei primi del
Cinquecento coeva alla costruzione della chiesa.
L’ultima cappella, priva d’altare,
contiene in apposita nicchia il Mortorio, scena
della deposizione di Cristo con statue lignee
policrome a grandezza naturale, già così composto alla fine del Cinquecento. Nella
cappella di fronte, l’ultima a destra, sono
dipinte scene della vita dei santi Pietro e Paolo.
Poi viene l’altare di San Carlo, che visitò il monastero nell'anno 1581, con la statua
del santo rivestita di abiti pontificali al naturale.
Proseguendo troviamo gli affreschi dell’adorazione dei Magi
e il battesimo di Gesù, forse i primi eseguiti
e caratterizzati da una pellicola pittorica differente.
Sempre luinesco e di pregio particolare è il fregio sottostante la volta, ornato di tondi
con le effigi di profeti e santi.
Qualche anno dopo la consacrazione della Chiesa (1536), Giulio Campi affrescava la parete retrostante l’altare maggiore. Del suo lavoro restano ai due lati gli affreschi delle Pie Donne e della Deposizione, mentre il centro è oggi occupato dall’imponente pala d’altare che rappresenta Cristo in gloria, opera di Giovan Battista Crespi detto il Cerano. La pala fu qui collocata nel 1626, in occasione della visita dell'arcivescovo di Milano Federigo Borromeo, quando fu costruito il nuovo altare ad intarsi marmorei, realizzato per conservare i resti dei santi Aimo e Vermondo, i due fondatori del monastero nella prima metà del secolo nono. Le ossa dei due santi sono ancora conservati nell’urna collocata sotto l’altare, che originariamente si trovava nella chiesa interna, in posizione rialzata.
La volta della chiesa è di particolare
importanza, un vero arazzo policromo in cui i
simboli della Passione si intrecciano a motivi
prettamente rinascimentali. La vivacità
dei colori, unita all’originalisima composizione,
ne fanno un unicum che si ripete e si completa
nell’adiacente Sala del Coro. Merita una menzione anche il pavimento, realizzato nel 1709, sotto il quale trovano spazio una serie di tombe destinate alle monache e il sepolcro in cui riposano Giovanni Della Lancia e la moglie Clara De Hortigosa.
La facciata
che completa l’edificio verso la piazza
se ne distacca completamente per lo stile: aggiunta
nel 1730 in forme barocche, è adorna di
cinque statue che rappresentano San Vittore a
cavallo, i Santi Aimo e Vermondo, San Benedetto
e San Mauro, quasi a testimoniare, ormai alla
sua conclusione, la millenaria fortuna della stagione
benedettina in Lombardia.
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